Progetto “Dialetti … Amo” con il contributo di cui ai fondi della cultura per il 2012 della Regione Calabria

Il progetto ha lo scopo di avvicinare i giovani, ma anche i meno giovani, all’apprendimento o riscoperta della loro lingua dialettale vivificando usi e costumi millenari. La narrazione, intesa come racconto e rappresentazione di eventi, usi e costumi e forme dialettali, è un valido strumento per aiutare l’uomo a dare valore al proprio mondo. Per tali motivi abbiamo dedicato uno spazio alla lettura di storie in dialetto e storie in italiano, legate alla tradizione locale, in cui si erano presenti situazioni, luoghi e simboli che si possono ancora trovare nella Davoli odierna. Non trascurando, ovviamente, di soffermarsi sul “valore magico” che determinate frasi o parole dialettali possono assumere in particolari situazioni in cui si utilizza il linguaggio. La rappresentazione teatrale, autorevole ed efficace strumento divulgativo, ha la forza di cristallizzare nell’animo delle persone, attraverso immagini e parole, la forza del dialetto. DURATA DEL PROGETTO 25 Maggio 2012 / 28 febbraio 2013. OBIETTIVI o Conoscenza del patrimonio culturale del proprio territorio attraverso l’utilizzo del dialetto. o Comprensione della struttura della narrazione attraverso l’ausilio del dialetto. o Comprensione del “valore magico” che determinate frasi dialettali possono assumere in particolari contesti in cui si utilizza il linguaggio. “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà” ; così scriveva Pier Paolo Pasolini in Dialetto e poesia popolare, testo critico del 1951, dedicato alla differenza esistente tra poesia dialettale e poesia popolare. C’è una tendenza ad abbandonare i dialetti, eppure sono una ricchezza insostituibile. Definiscono meglio le cose, le personalizzano. Danno una seconda prospettiva e poi una terza, una quarta, tutte quelle che possono stare nelle variazioni geografiche, di campanile. Sì, perché i singoli dialetti sono realtà in movimento, si evolvono di paese in paese, liberi dalla prigionia delle convenzioni e delle regole scritte. Lasciamo, insomma, che sbiadiscano, che perdano quella capacità di coesione che portano in punta d’intesa, con un motto o una cadenza, una frase tale da farci sentire a casa. E quelle frasi, il dialetto, sa come abbreviarle: riesce a sintetizzare, a racchiudere in un grappolo di sillabe intraducibile una sensazione, uno stato d’animo, un consiglio, una battuta di spirito. Oppure un ricordo. I ricordi sono parte di noi, bisogna lottare per quel piccolo tratto di storia, e promuoverne lo spazio nel presente. D’altronde, quando si parla, si usano parole italiane, straniere, ma anche dialettali. Certe volte non cene accorgiamo, perché le abbiamo sempre sentite pronunciare, in famiglia, o a fra amici o tra la gente del paese. Molte parole dialettali sono entrate a far parte della lingua italiana attraverso il cinema, la televisione , il teatro e si sono diffuse in modo tale che oggi vengono usate da tutti. Un’espressione che s’è diffusa attraverso il cinema, da parte del grande Fellini, è amarcord che ne dialetto romagnolo significa “io mi ricordo”. Un’altra parola che è che ormai è diventata del tutto italiana è inciucio, ma che in origine viene dal dialetto napoletano, in cui significava solo pettegolezzo maligno, imbroglio. Poi la parola è sta usata dai giornalisti che scrivono di politica con un nuovo significato per indicare un accordo sottobanco tra parti opposte. Ma quante parole dialettali oggi noi usiamo per farci capire e che ormai sono diventate patrimonio della lingua italiana? Tante! Il dialetto, fra le altre cose, ha una gestualità che sorpassa la mimica, non serve muovere il corpo per attivare l’intuito. Lui fa da sé. In ogni piazza, vicolo o palazzo ci sono storie che possono essere raccontate solo in dialetto, perché in dialetto sono state vissute. Crescere una generazione con l’idea che esso sia qualcosa di basso, quasi vile, inadatto all’educazione intellettuale, è un errore davvero epocale. Cancellando la voce che riporta il passato, si cancella anche il futuro. Scrivere in dialetto è come ricostruire un mosaico di cui si possiedono tutte le tessere; ma esse sono sparpagliate dappertutto, qua e là, nei luoghi della mente, ma, nonostante tutto, facili da trovare perché sono parte di noi, come noi. Studiare il dialetto, non significa evitare l’italiano, piuttosto significa aprire una finestra sulla nostra storia e sulle vicende del territorio al quale apparteniamo. ESECUZIONE La rassegna teatrale messa in scena è una triade di commedie brillanti recitati da attori calabresi che hanno ravvivato antiche tradizioni e “parole” divertendo un folto pubblico che non ha lesinato applausi anche a scena aperta. 1° spettacolo – 25 maggio 2012: Presso il teatro Comunale di Soverato è stata presentata la commedia in vernacolo “U mortu è vivu… e comu fhù?” della Compagnia teatrale Theatron, formata da giovani attori del comprensorio. La compagnia Theatron nasce nel 1988 dall’idea di Franco Squillacioti e dei suoi amici quando decidono di preparare “La passione di Cristo” girata per le vie del paese. Nel 1990 la prima recita in vernacolo dal titolo “Signora scanzani do poveru a rrichira e do riccu ad appenzzantira”, scritta da Rino Squillacioti. Nel 1991 è la volta de “ no nti hfidara mancu do megghiu amicu toi “ scritta sempre dello stesso autore. Nel 1992 è stata ripresentata in forma teatrale, al chiuso “ Ecce homo” narrante anch’essa, ovviamente, vita e morte di Gesù cristo. Nel 1993 si passa alle commedie d’autore con “ Natale in casa Cupiello “ di E. De Filippo. E in seguito “Filumena Marturano” . Nel 2012 con la rappresentazione teatrale Soverato “U mortu e vivu … e comu fhù” commedia brillante dialettale. (Leggi articolo Gazzetta del Sud del 27/2/12) 2° spettacolo – 22 gennaio 2003: Al teatro Comunale di Soverato, la compagnia dell’A.Fa.Di. di Soverato, composta di giovani diversamente abili e dai loro genitori, ha presentato “Bongiorno e …aguri!” una commedia brillante in vernacolo di N. Gemelli (per i nomi degli artisti si rimanda all’allegata locandina).I giovani “Diversattori” hanno avuto l’opportunità di dimostrare il loro talento, che non ha nulla da invidiare a quello degli attori professionisti. In quest’occasione abbiamo coniugato la grande dote artistico – letteraria di Nino Gemelli con il talento dei componenti dell’Associazione A.Fa.Di. (Associazione famiglie disabili) di Soverato, favorendo una trama di eccellenze capace d’incidere profondamente nelle coscienze del pubblico. Ritornando all’Autore della commedia, Nino Gemelli, egli ha saputo raccontare più di ogni altro la memoria della sua amata della Calabria, di quella Calabria che affonda le sue radici sin dai tempi dei Romani (Calabria Anno ZERO) e di quella Citeriora (Calabria anno 1000). Attraverso le sue commedie ci ha fatto rivivere luoghi e spaccati di vita quotidiana, ricca di valori umani e d’insegnamenti etici. La commedia in scena il 22 maggio al teatro Comunale di Soverato “ Bongiornu e aguri” n’è la conferma. Gli attori fanno parte dell’A.Fa.Di., un’associazione che si prodiga per alleviare i disagi dei disabili organizzando una miriade di attività che oltre al esaltare le capacità, ne favoriscono inserimento nella società. Fra le varie iniziative risalta la rappresentazione teatrale. E’ questa la grande intuizione: il teatro come attività integrante del percorso terapeutico. Un modo nuovo e creativo di dialogo e incontro con il mondo reale e le problematiche che lo caratterizzano che sono diventata importante strumento di espressione per chi vive il disagio. L’esperienza teatrale con persone disabili e non ha permesso di dare una rappresentazione visibile al valore della diversità, che è ricchezza (Leggi l’articolo della Gazzetta del Sud del 26 gennaio 2013) 3° spettacolo – 23 febbraio 2013 Presso il teatro Comunale di Soverato è stata presentata la commedia in vernacolo “U zzitu mutu e i sociari musci” della Compagnia teatrale Theatron di Francesco Squillacioti della quale si è già parlato. Anche questa rappresentazione ha conseguito un enorme successo di pubblico: gli spettatori hanno riso per le battute a raffica degli attori, ma hanno avuto anche modo di riflettere sull’emarginazione dei soggetti che presentano evidenti difetti fisici. La commedia ha contribuito a far ricordare ai meno giovani delle parole ormai in disuso e ai giovani di scoprire un modo di parlare e dei termini a loro sconosciuti. (Leggi Gazzetta del Sud del 25 febbraio 2013) 9 febbraio 2013: Dialetti…Amo : canti popolari a Davoli centro capoluogo. Nella magnifica cornice del borgo di Davoli centro stornelli e serenate hanno rallegrato la gente del luogo. Poi, sono stati rievocati i vecchi riti della “Corjsima”. La Corjsima, triste bambola di pezza ha la bocca e il naso cuciti con il filo nero, ricorda le bambole dei riti Vudù utilizzate nelle pratiche magiche. Sono fantocci, retaggio di arcaiche tradizioni che si rifanno al culto dionisiaco. Carnevale e Quaresima per la cultura popolare sono fratello e sorella, ma anche marito e moglie. La Quaresima e i suoi rituali incorniciati nell’antico borgo che rivive un passato mai sopito. Leggi l’ articolo della Gazzetta del Sud del 5 febbraio 2013. 21 febbraio 2013 : Dialetti…amo – alla ricerca delle antiche serenate. “Stasira parramu d’amuri”. – La manifestazione si è tenuta nella Sala Convegni della Biblioteca Vincenziana. Giovani musicisti locali con fisarmonica, chitarra e tamburello hanno cantato serenate e stornelli in vernacolo. Volendo, tra il serio e il faceto, collegare la parola “dialetti … Amo” con la parola “Amo”, si è colta l’occasione per festeggiare i 50 anni di matrimonio di una coppia (alla quale è stata consegnata una targa) ricordando le vecchie tradizioni del corteggiamento e del fidanzamento “di una volta”. Parole e ritualità ormai arcaiche! E, mentre i canti riempivano i cuori di allegria, si degustavano i prodotti tipici, alcuni dei quali, preparati dalle abili mani delle socie dell’Associazione. Leggi l’articolo della Gazzetta del Sud del 23 febbraio 2013 28 febbario 2013: Convegno: “Dialetti … amo” I relatori Gregorino Capano, Antonio Fiorita e il professor Ulderico Nisticò hanno spiegato sulle origini del dialetto Calabrese. Le relazioni sono state intercalate dalla lettura di poesie e brani antologici dialettali di autori calabresi (letti da Caterina Menichini) e da canzoni interpretate da due giovani musicisti locali che si sono accompagnati con la chitarra e la fisarmonica. Durante il convegno per avvalorare la forza del dialetto è stato citato P.P. Pasolini che a proposito ha scritto “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”. Parole che stucchevolmente ci fanno comprendere che il linguaggio dialettale ci rende più liberi di esprimere, con la massima coerenza e appropriatezza, i nostri sentimenti e le nostre relazioni sociali, in una sintesi armonica di espressioni e parole che, molte volte, la lingua italiana parlata e scritta non riesce a rappresentare ed esprimere. Il dialetto consente, anche al più umile, di sprigionare la sua essenza di uomo di là dalle “griglie” e sovrastrutture che – suo malgrado – lo deprimono; così ne vengono fuori tutta la spontaneità e la genuinità che sembrano sentimenti ormai arcaici.